20 dicembre 2006
Reportage di Antonio Baldisserotto
il reportage di Antonio Baldisserotto,
presidente della Terramia ed impegnato in prima linea come reporter della gara....
UN POSTO DI PASSAGGIO, DAVVERO SPECIALE E’ Saint Lous du Senegal il luogo della Marathon d’Afrique. Siamo in Senegal, sulla costa atlantica, a 250 km a Nord della capitale Dakar, e a pochi chilometri dalla frontiera con la Mauritania. Più che città di frontiera, Ndar (questo il nome della città nella lingua nazionale del Senegal, il wolof) è una città di passaggio. Da sempre i convogli delle carovane che da Dakar andavano a Nouakchott facevano sosta e rifornimento nella cittadina, strategicamente situata in una isola lunga e stretta alla foce del fiume Senegal. Quindi acqua dolce a volontà, una quantità di pesci di fiume e di mare, capre e bufali allevati in tutti i villaggi sono stati per lungo tempo la base di una relativa ricchezza. E qui transitavano anche le carovane di schiavi che dal sahel venivano portati fino all’isola di Gorè (di fronte a Dakar) per essere imbarcati per l’America. L’AEROPOSTALE Ma la sua epoca d’oro Saint louis la ebbe negli anni trenta, con l’introduzione del servizio postale aereo fra la Francia, l’Africa Occidentale e il Brasile. Gli idrovolanti della Aeropostale in linea da Toulouse a Salvador Bahia facevano scalo e rifornimento qui. Nell’albergo dal quale vi scrivo, l’hotel La Poste pernottavano gli eroi dell’epopea della aviazione civile. In questo tavolino, sotto il pergolato fresco affacciato sulla piazza Senghor, probabilmente prendevano il loro aperitivo i due assi dell’aviazione francese, Jean Mermoz e Antoine de saint Exupery (sì proprio quello del Piccolo Principe) La città ha richiami stilistici portoghesi e francesi, la si gira tutta a piedi, è tutto un susseguirsi di negozi e caffè, di botteghe artigiane e di piccoli ristoranti, c’è qualche albergo e numerose discoteche, che passano inosservate di giorno, ma che si fanno decisamente sentire di notte. LA MARATHON D’AFRIQUE Questo posto carico di nostalgia, dove la gente ti sorride e ti saluta per strada, è stato scelto da Adriano Zito per la sua Marathon d’Afrique. Qui il giovane Adriano, con la moglie Patty, due bambini piccoli e una vecchia ma fedelissima Land Rover passo lungo, capitò una ventina di anni fa, durante un giro dell’Africa che gli avrebbe fatto attraversare 12 paesi in 4 settimane. Qui in qualche modo anche Adriano si è innamorato di questo ponte di ferro rugginoso che collega la città con la terraferma, si è innamorato delle albe radiose e dei tramonti di fuoco, che si possono vedere dai due lati della stessa isola. Qui Adriano si era ripromesso di tornare con gli amici. E Adriano, uomo di parola, l’ha fatto. Dopo avere costituito, una decina di anni fa la Zitoway (corsa e avventura), Adriano è tornato, nello stesso albergo di allora (adesso anche più confortevole, aria condizionata e bagno in ogni stanza) con 80 italiani, fra maratoneti e accompagnatori. Molti, io compreso, si chiedevano, perché venire fino qui per la maratona. Ma arrivati a Saint Louis, dopo circa tre ore di pullman dall’aeroporto di Dakar ci siamo sentiti ripagati di tutto. L’albergo è confortevole (anche se Adriano aveva preferito presentarlo, per prudenza, come un tre stelle “africane”), il cibo è delizioso, il pesce freschissimo. Tre chilometri dall’albergo c’è il mare. Una spiaggia infinita, a perdita d’occhio sabbia bianca e fine, pochi i turisti che all’una si ritrovano nei ristorantini che servono i gamberoni appena pescati, serviti alla griglia e (incredibile!) accompagnati dal vino bianco Soave di Verona. La Marathon d’Afrique comprende la maratona vera e propria e una mezza di 21 km. Nel briefing pregara (che precede la foto ricordo con pettorale che facciamo a tutti gli iscritti) viene spiegato ai concorrenti che il percorso è interamente nella Savana, con partenza da Rao (20 km a sud di Saint Louis), che si attraversano villaggi indigeni (che collaborano nei rifornimenti), che il terreno è coperto da uno strato di sabbia fine, che i ristori sono ogni 10 km, ma che tutto il percorso è pattugliato dai Land Rover e dai quad. AKKWA, KIRIKIZ! La partenza della maratona è alle 8 del mattino, dal grande arco gonfiabile blu e non manca un camion attrezzato con panche per seguire la gara sobbalzando sui sentieri sotto le acacie. La temperatura è all’inizio ragionevole, forse 20 anzi 18 gradi e tutti partono con grande entusiasmo. Mentre seguo la gara con il quad e le due Nikon al collo, mi sembra che le espressioni sorridenti dei partecipanti vogliano dire “Beh tutto qui questa Maratona d’Africa?”. Io scatto le mie foto e dopo un’oretta mi fermo per levarmi la giacca a vento. Non c’è vento per niente, anche in quad ho caldo, i concorrenti sono sempre sorridenti, ma un pochettino più tirati. Il ristoro si trova al 21° chilometro, in un villaggio senza nome (almeno per le carte geografiche) situato all’interno tra Rao e Secal. Il capovillaggio ha concesso il transito nel villaggio per i maratoneti e l’allestimento della stazione di ristoro. I maratoneti arrivano chiedendo ACQUA a gran voce, e il “pubblico” che osserva questo strano evento (uomini bianchi che corrono a piedi come matti, benché provvisti di automobili e quad) risponde in coro AKKVA AKKVA! L’applauso lo prende un atleta di Modena, che dopo avere bevuto saluta tutti con un bel KIRIKIZ (grazie in lingua wolof). Applausi e risate di tutti. La mezza maratona parte alle 10 da una località vicina a Secal, ora il caldo si fa sentire, le due della savana sono alte, fra l’una e l’altra si fanno avvallamenti dove il calore e il riverbero sono micidiali. Tre pastori nomadi ci guardano e ridono, poi tornano seri a badare alla loro mandria di bufali. Massimo Russo è in testa, come già nella Maratona del Chott, conduce con autorità questa gara africana. Non ha problemi con gli altri partecipanti. Ha, per un momento, solo un problema di precedenza con una donna che incrocia il suo sentiero, mentre trasporta cibo in un grande contenitore rotondo sul capo. Massimo rallenta e la fa passare, la signora continua a incedere con eleganza. Non è una gara per fare il tempo, è una gara per farcela. Il fondo, prevalentemente sabbioso, si rivela ostico, oramai i maratoneti non sorridono più, non salutano più i bambini, guardano solo avanti, fisso all’orizzonte, cercando di indovinare quando comparirà il grande arco blu del traguardo. Primo Massimo Russo, (46 anni, toscano), prima donna Sharon Kovar di Danville, San Francisco, che ha festeggiato qui il suo compleanno e il suo “en plein” delle gare Zitoway Terramia, fatto in meno di un anno, e vincendone due su quattro.
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